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Sindrome Femoro-rotulea e Catene Miofasciali

Sindrome Femoro-rotulea e Catene Miofasciali

a cura di. Colonna S, Pacelli F,  Casari A, Galvani M, Gusella A

Lo spunto di scrivere questo articolo sulla sindrome femore-rotulea, nasce dalle conclusioni a cui arriva un recente lavoro (Bolgla et al. 2015): “ A differenza delle femmine, i maschi con PFP (Patello Femoral Pain) non hanno dimostrato una debolezza dei muscoli dell’anca. Tuttavia, esistono, delle differenze per la forza estensoria del ginocchio. Questi dati forniscono una evidenza preliminare per il potenziale bisogno di interventi sesso-specifici per le persone con PFP”.
I risultati della valutazione di 66 maschi con sindrome PFP e 36 sani, utilizzati come gruppo di controllo, erano indicativi una non significativa differenza di forza dei muscoli dell’anca. Sussisteva, invece, una differenza nei valori della forza durante l’estensione del ginocchio.
Questo lavoro, quindi, sottolinea che, pur essendoci diversi lavori in letteratura (Prins e van der Wurff 2009; Baldon et al. 2009; Nakagawa et al. 2012) che riscontrano una correlazione tra la forza dei muscoli dell’anca e la PFP non bisogna fare l’errore di generalizzarla a tutti i soggetti sofferenti di tale patologia.
Questa logica andrebbe applicata anche ad altre patologie del ginocchio, quale la lesione del legamento crociato anteriore.

L’approccio con le catene miofasciali inserisce la PFP in un quadro più articolato e complesso dell’arto inferiore.
Le donne giovani hanno una maggiore incidenza della PFP (Witvrouw et al. 2000; Fredericton  e Yoon 2006) e facilmente in queste giovani pazienti si riscontra uno schema posturale e cinematico abbastanza ben codificato: arto inferiore in adduzione-intrarotazione d’anca, valgo del ginocchio e spesso pronazione del piede. Questo schema dinamico-posturale è determinato da un’iperattivazione della catena spirale anteriore. Anche i podisti, soprattutto in condizioni di stress e fatica, sembra tendano ad una maggiore adduzione-intrarotazione femorale (Dierks 2008; Souza e Powers 2009A) ed una iper programmazione dei muscoli appartenenti a questo tipo di catena muscolo-connettivale a spirale. Questa biomeccanica alterata sembra manifestarsi soprattutto dopo affaticamento dei muscoli estensori (Souza e Powers 2009A) o abduttori- extrarotatori (Dierks et al. 2008).
Da questo schema eziopatogenetico deriva la proposta in letteratura, di protocolli terapeutici dove è prevista una iperattivazione in catena cinetica chiusa ed aperta dei muscoli abduttori- extrarotatori appartenenti alla catena spirale posteriore.
Possiamo dire che nella pratica clinica la PFP viene riscontrata solo in soggetti con atteggiamento posturale sopra descritto? Nella nostra esperienza no. Spesso riscontriamo, soprattutto nel soggetto maschio adulto, anziano, un atteggiamento opposto, cioè con anca in abduzione-extrarotazione, ginocchio varo e piede varo- supinato. Tale postura del piede non è soltanto frutto della nostra personale osservazione, visto che è stata studiata nei pazienti con PFP (Saxena e Haddad 2003) trattati con i plantari.
Una iperattivazione della catena spirale posteriore, soprattutto per un coinvolgimento della BIT, comporterà una extrarotazione tibiale e una trazione lateralizzante diretta, attraverso l’ileopatellar band della bendelletta ileotibiale, che diventa fonte di iper pressione rotulea esterna.
E’ possibile che le differenti conformazioni sopra esposte, producano un’iperpressione esterna dell’articolazione femoro-rotulea agendo su piani differenti. L’anca addotta-intraruotata, con ginocchio valgo potrebbe agire prettamente sul piano frontale (aumento dell’aQ) e trasverso per la rotazione femorale (Hvid e Andersen 1982); l’anca abdotta-extaruotata con ginocchio varo e tibia extraruotata, potrebbe agire prettamente sul piano frontale per la traslazione laterale della rotula da parte della BIT e sul piano trasverso per l’extrarotazione tibiale che tenderà a portare in lateralità il tubercolo del Gerdy.
Questo differente approccio all’eziopatogenesi della PFP, potrebbe spiegare alcune contraddizioni terapeutiche che si riscontrano in letteratura; ad esempio potenziare frequentemente gli abduttori-extrarotatori (Mascall et al. 2003; Crossley et al. 2008) e allo stesso tempo dover allungare questi stessi muscoli soggetti a retrazione per una eccessiva attivazione (Winslow e Yoder 1995).
L’approccio con le catene miofasciali comporta che in base al tipo di alterazione biomeccanica si dovrà fare ricorso ad un tipo di protocollo terapeutico specifico.

Nei soggetti con ginocchio valgo (fig. 1) si rende necessario l’allungamento della catena spirale anteriore, in questa catena i muscoli intrarotatori- adduttori- flessori d’anca rappresentano la componente primaria. E’ indicato, inoltre, un potenziamento della catena spirale posteriore (Fukuda et al. 2012) , dove i muscoli abduttori-extrarotatori- estensori rappresentano la componente principale.
Alcuni Autori (Souza e Power 2009B), infatti, hanno messo in evidenza nelle pazienti Nei soggetti con ginocchio varo (fig. 2), invece, risulta indicato allungare la catena spirale posteriore, di cui gli abduttori-extrarotatori – estensori rappresentano la componente primaria, e potenziare la catena spirale anteriore, di cui i muscoli intrarotatori- adduttori- flessori d’anca rappresentano la componente primaria.

E’ arrivato il momento di smetterla con i protocolli preconfezionati per la PFP ma di valutare il paziente e in base al tipo di disfunzione rilevata identificare quale protocollo terapeutico è più indicato.

fig. 1 – esempio di iperprogrammazione della spirale anteriore

fig. 2 – esempio di iperprogrammazione della spirale posteriore

Bibliografia

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Bolgla LA, Earl-Boehm J, Emery C, Hamstra-Wright K, Ferber R. Comparison of hip and knee strength in males with and without patellofemoral pain. Phys Ther Sport. 2015 Aug;16(3):215-21. doi: 10.1016/j.ptsp.2014.11.001.

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