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Patologia da sovraccarico e catene neuromiofasciali

Modello eziopatogenetico  della patologia da sovraccarico: Approccio mediante le catene neuromiofasciali

A cura di: Colonna S, Galvani M

Per un buon funzionamento di qualsiasi sistema meccanico la struttura è elemento essenziale e il corpo umano non fa eccezione.
Utilizzando il paragone tra il corpo umano e un’automobile, potremmo dire che quando il sistema meccanico è integro anche la funzione sarà ottimale. Tante volte un non corretto funzionamento di un sistema tende ad alterare la struttura. Ad esempio, una non perfetta convergenza delle ruote porterà alla lunga ad un consumo anticipato dei pneumatici per un’asimmetrica usura; oppure, una non corretta tensione della cinghia di distribuzione porterà a grippare il motore.
Per comprendere come si possa innescare un non corretto funzionamento senza che ci sia una evidente alterazione della struttura, bisogna guardare il problema attraverso il modello delle tensioni che governa la funzione delle strutture elastiche. Una cinghia di distribuzione pur se nuova, quindi considerata strutturalmente integra, se non adeguatamente tensionata può risultare disfunzionale. Lo stesso dicasi per gli ammortizzatori se non adeguatamente regolati attraverso un’appropriata convergenza, possono risultare, pur se strutturalmente integri, disfunzionali.

catene neuromiofasciali1

fig. 1 – rapporto virtuoso tra Anatomia e Funzione

La fascia nel corpo umano è paragonabile alle cinghie di distribuzione

Nel corpo umano la struttura osteo-muscolare può essere paragonata alla componente meccanica dell’auto, mentre il sistema fasciale ai sistemi di distribuzione quali le cinghie, le catene, le molle, ecc.
Per affrontare le patologie da sovraccarico è utile soffermarci nel descrivere quale modello segue il corpo umano.

fig. 2 – il perdurare della disfunzione porta alla patologia acuta fonte di dolore

Quando un organo strutturalmente sano funziona fisiologicamente, il sistema si auto mantiene integro seguendo un circolo virtuoso a doppio senso (fig. 1): una struttura integra permette una corretta funzione la quale funzione permette di mantenere in buone condizioni la struttura.
Quando si passa dalla funzione alla disfunzione le strutture anatomiche vengono sovraccaricate e il corpo manda dei segnali che spesso vengono sottovalutati;  ad esempio: rigidità, instabilità, affaticamento, ecc.  Se questi segnali vengono

catene neuromiofasciali fig. 3

fig. 3 – interpretare e correggere la disfunzione che ha portato alla patologia acuta permette una completa ripresa della funzione (restitutio ad integrum)

adeguatamente interpretati e  la disfunzione corretta, viene ristabilito il circolo virtuoso senza nessuno strascico.
Quando invece non vengono interpretati e corretti compare il dolore sintomatologico dell’infiammazione acuta (fig. 2), campanello di allarme che difficilmente lascia indifferenti.  Anche a questo livello, se la causa della disfunzione viene adeguatamente interpretata e corretta, il sistema si auto “ringrana” ristabilendo il circuito virtuoso (fig. 3).

Quando, invece, il dolore viene mal interpretato o ancor peggio nascosto, ad esempio, utilizzando terapie analgesiche, la disfunzione continua aggravandosi, portando all’alterazione anatom

fig. 4 – il perdurare della patologia acuta porta all’alterazione anatomica

ica (fig. 4) la quale non potrà fare altro che  innescare un circolo vizioso che autoalimenterà la disfunzione (fig. 5).
Una alterata struttura e relativa funzione porterà alla patologia cronica (fig. 6). Quando si instaura una degenerazione della struttura con conseguente disfunzione, spesso solo la terapia farmacologica o la chirurgia possono eliminare o ridurre il dolore.

Intervenire nel momento utile

Il punto ottimale dove è consigliato intervenire, nello schema seguito, è il passaggio da funzione a disfunzione indicato con la freccia verde in figura 7.

catene neuromiofasciali 5

fig. 5 – una struttura alterata non può fare altro che funzionare in modo alterato, alimentando la disfunzione

Una seconda possibilità viene data al manifestarsi dei primi sintomi algici, indicato con la freccia arancione in figura 7; se non si interviene adeguatamente in quest’ultima chance, purtroppo è facile il perdurare dei sintomi  a volte continui a volte alternati da periodi di remissione.
Soprattutto per questo motivo nella medicina odierna sempre più si ricorre al modello funzionale sostituendo il modello strutturale, pur se la struttura è intimamente connessa alla funzione e viceversa. Valutare il sistema dall’ottica funzionale, rispetto a quella strutturale, permette di anticipare eventi

fig. 6 – l’alterata struttura con relativa alterata funzione instaurerà la patologia cronica

che spesso a cascata portano, inevitabilmente, alla degenerazione e alla patologia cronica.

Perché utilizzare le catene neuromiofasciali

Utilizzando come sistema diagnostico il modello delle catene neuromiofasciali spesso si riesce ad interpretare la disfunzione prima che provochi l’alterazione anatomica e si passi alla patologia cronica.
In tabella 1  vengono esposti alcuni quadri patologici con la relativa catena neuromiofasciale che spesso è coinvolta nella disfunzione.
Lavorare con il modello delle catene che proponiamo, dopo un’opportuna diagnosi, è possibile interagire con il corpo cercando di riportare la disfunzione a funzione.

fig. 7 – la freccia verde indica il momento ottimale per intervenire nella risoluzione della disfunzione; la freccia arancione indica la seconda e ultima possibilità di intervento per una restitutio ad integrum

Gli strumenti terapeutici che si possono utilizzare sono diversi: terapia manuale, posture, esercizi funzionali in palestra, bendaggi funzionali, mezzi fisici. Ognuno di questi strumenti presenta delle potenzialità terapeutiche nell’affrontare la causa disfunzionale da più punti di vista; ovviamente utilizzarne il più possibile, nell’ottica funzionale, daranno una maggiore possibilità di successo.

Tabella 1 – correlazione eziopatogenetica tra patologia e catene neuromiofasciali coinvolte

STATICA DINAMICA POSTERIORE CAUDALE
·       Lombalgia / lombosciatalgia (sindrome flessoria)

·       coccigodinia

·       “stretching” nervo sciatico

·       dorsalgia

·       cervicalgia

·       gonartrosi / gonalgia

·       cisti di Baker

·       meniscosi

·       condropatia femoro-rotulea

·       tendinopatia achillea

·       fascite plantare

·       metatarsalgia

·       neuroma di Morton

STATICA DINAMICA ANTERIORE  CAUDALE
·       lombalgia / lombocruralgia (sindome estensoria)

·       sacro-ileite

·       spondilolisi-listesi

·       condropatia femoro-rotulea

·       Osgood Schlatter

·       sindrome della zampa d’oca

SPIRALE ANTERIORE CAUDALE
·       lombalgia / lombocruralgia (sindrome estensoria ed estensoria-rotatoria e rotatoria)

·       dorso-lombalgia (cerniera DL)

·       sacro-ileite

·       coxalgia / coxartrosi

·       condropatia femoro-tibiale laterale

·       condropatia femoro-rotulea

·       tendinopatia tibiale posteriore

·       piede piatto

·       alluce valgo

SPIRALE POSTERIORE CAUDALE
·       lombalgia / lombosciatalgia (sindrome flessoria e flessoria – rotatoria e rotatoria)

·       coxartrosi / coxalgia (FAI…)

  • condropatia femoro-tibiale mediale
  • condropatia femoro-rotulea
·       sacro-ileiti

·       pubalgia

·       borsite gran trocantere

·       snapping hip syndrome

  • tendinopatia peronieri
 LATERALE  CAUDALE
·       sacro-ileiti

·       snapping hip syndrome

·       gonalgia → varismo (iperpressione esterna …)

 

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Considerazioni sulle catene miofasciali

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